Polenta e latte

Memoria per il futuro

Giuseppe Pulin

Questo testo guarda al passato per la memoria del futuro.

Dopo oltre 25 anni dalla prima edizione, ripropongo con questo nuovo testo la descrizione di alcuni episodi avvenuti tra lo scadere degli anni Trenta e il 1945 allorché da ragazzino vivevo a Chiampo.

Ho ritenuto di farlo soprattutto per i giovani poiché i ricordi stanno sfumando mentre quel periodo va ricordato per le lotte, i lutti e i sacrifici che molta gente ha fatto portando all’Italia Libertà e Democrazia, valori fondanti della Repubblica e della Costituzione.

Vita in Città, in Campagna, Guerra e Resistenza ma anche giorni spensierati, sono questi i temi del presente volume. Gli episodi avvenuti nell’Alta Valle, li ho riscontrati grazie alla mia permanenza nel Paese e alla letteratura del dopoguerra.

Fuoco! È la sera del 5 giugno 1944 e la campanella della Scuola di Chiampo ha appena scandito il nono rintocco. Il suono si diffonde nitido dalla Piazza e si ode fino alla Calcara, una zona sottostante il colle sovrastata da un antico campanile. Chiudo istintivamente gli occhi. Una raffica scomposta di molti mitra crepita nell’aria. Uno dei due giovani cade fulminato, l’altro resiste in ginocchio, quasi composto prima di piegarsi anche lui verso terra, rantolando. Sembra biascicare qualcosa d’incomprensibile. Alcuni soldati non hanno per niente preso la mira. Hanno preferito girarsi da un’altra parte. Il comandante del plotone si arrabbia, impreca e bestemmia. Fa scaricare il mitra più volte sul ragazzo a terra ancora vivo e implorante. Adesso entrambi i condannati sono esanimi, ma sento ancora un colpo. Poi finalmente tutto tace. Ovunque sembra regnare un silenzio di morte. I contadini,che stavano falciando il grano lì vicino, si rimettono il cappello di paglia in testa; gli uccelli che, intimoriti dai colpi d’arma da fuoco, erano volati via, ora rientrano nel bosco. Si avvicinano l’arciprete e il cappellano per una benedizione. Alcune persone, chinando il capo, accennano ad una preghiera. Il plotone se ne va. I corpi sono caricati su un camion, trasportati al cimitero della Pieve e deposti sugli scalini. Corro a casa, ma quella notte sarà per me insonne. In quei momenti, la più grande flotta navale della storia sta sbarcando in Normandia. Dopo la furente battaglia sulla spiaggia di “Omaha”, alcuni soldati vanno alla ricerca del Soldato Ryan..

Capitolo 1

La città

Un giorno, scartabellando in una scatola contenente foto di famiglia, ho trovato una cartolina illustrata di Vicenza degli anni Trenta che mostrava viale Campo Marzio che da Porta Castello portava alla stazione. Nella cartolina appaiono casualmente i miei nonni che, come ogni domenica pomeriggio, passeggiavano lungo il viale. Niente di strano, non fosse che la visione di quella cartolina ha ridestato in me e fatto riaffiorare remoti ricordi, i primi, quelli dell’infanzia, prima del sorgere del sole. Un piccolo pertugio, un insignificante spiraglio e quelle immagini, eco di un tempo passato, s’infilano, passandoci attraverso ed acquistando densità: i contorni sfuocati si fanno pian piano più nitidi e altri immagini iniziano a prendere forma e colore. Mi ritrovo bambino, proprio in quel posto che oggi si chiama viale Roma, e vedo tanta gente che assiste ad una sfilata di soldati. Conquistato l’impero, i Legionari tornavano dall’Africa. Erano arrivati in stazione in un giorno pieno di sole nel mese di giugno del 1937. Dopo aver formato il corteo li vedo sfilare tra due ali di folla festante. In braccio alla mamma, anch’io li osservo. È questo il mio primo ricordo dovuto forse ad una giornata particolare sancita da un’esplosione di suoni, rumori, grida, batter di mani e tanta gen- te in festa. Salgo e scendo continuamente dalle braccia di mia madre. Lei vuol farmi vedere qualcosa di eccezionale. Sfilano i soldatiin divisa color kaki con il casco coloniale. Il corteo, però, ben presto viene scomposto dalla folla che li abbraccia e se li carica sulle spalle. Sventolano bandiere tricolori. Passano automezzi blindati e camion. Passa anche qualche autolettiga di color giallo con una grossa croce rossa su fondo bianco disegnata sui fianchi. Le porte sono completamente aperte. Tranne l’autista, non si vedono feriti all’interno. Chiedo il perché alla mamma. I nostri soldati sono tornati dalla guerra tutti illesi, mi risponde. Capirò in seguito che si trattava della guerra d’Etiopia, costata la vita a 4.000 Legionari. Ritornava dopo due anni anche lo zio Nello, papà di mio cugino Giancarlo, legionario d’Africa come poi lo avrebbe chiamato spesso mio padre. Ci mescoliamo anche noi in mezzo alla gente festosa e mi ritrovo con un altro ricordo simile di cui dirò a breve quando ormai la porta della memoria s’era definitivamente spalancata, permettendo a persone, cose e fatti di prendere sempre più consistenza nella mia mente.

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